Attraversavo il viale alberato che costeggia la riva sinistra del torrente che da est porta a ovest. Preso da pensieri, non mi accorsi di un vecchio. Barba ancora folta e vestiti sgualciti, continuava a seguire il mio cammino con lo sguardo innocente di un animale ferito: un cucciolo malnutrito e privo di affetto sembrava essere l'essenza di quell'uomo accovacciato sopra il grande masso che dominava il panorama. Arrivato nei pressi della cascata, il rumore dell'acqua distolse la mia mente dal suo lungo peregrinare. Anni ormai passati in solitudine avevano segnato un'esistenza ferita, un animo rinchiuso nel dolore di un lutto che non voleva essere messo da parte, era la costante che non riusciva ad abbandonarmi.Il giorno del funerale io non c'ero. Solo il feretro di mio padre, accompagnato dai becchini, percorreva l'ultimo suo viaggio, gli ultimi suoi passi su questa terra; gli ultimi momenti in questa vita che non gli apparteneva più. Non so neppure con quale numero sia riconoscibile la sua sepoltura. La zia Agnese smise di parlarmi e non si fece più sentire; tranne che nelle ore della breve ed ultima sofferenza di quell'uomo, suo fratello maggiore, per cui non si da pace. Avrebbe voluto una bella cerimonia in grande stile, un ultimo saluto plateale per amici ed i parenti. Non dissi niente. Andai a salutarlo prima che dalla camera mortuaria se ne andasse e non ritornasse più. A che serve una presenza ad una funzione? A che serve questa falsa commozione?L'uomo accovacciato sopra il masso si era mosso. Ora era al mio fianco. Prese dalla tasca del tabacco e delle cartine; e mi offriva da fumare. 'Non ti crucciare', disse con voce calda e rassicurante. 'Non fartene una colpa. Era ciò che, solo, dovevi fare'.
mercoledì 6 aprile 2016
Ancora una canzone
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