Scendendo dalla porta di Damasco, verso mezzogiorno.La luce accende il baracchino delle polpette.'Parli arabo?'.'No'.'Inglese?'.Poco.
Il ricordo delle polpette di fave, tornava alla mente.Le mie mani, cercano le tue.I miei occhi si chiudono con un sospiro.-Non mi hai mai lasciato niente. Non sei mai stata in grado di farti capire-.La paura, ora, ti tradisce; ed accusa una ruga sulla tua guancia molle.Il mattino che aspettavo sta arrivando; e non credo tu sia in grado di affrontarlo.Ne hai paura.Lo sto sentendo.
Mentre mangiavo le polpette, la gran dama di casa mia faceva crollare a pezzi il castello di finzioni ed ignoranza che, lei stessa, per amor di qualche causa che, ora, si capisce non più solida e sicura, aveva costruito intorno alla mia vita.Si poteva dire di tutto. Non che fossi uno sprovveduto malpagato, o un abile truffatore dello Stato.
Per la strada, i ciottoli fanno da cortile dove i bambini giocano a pallone.Il sole è alto e caldo.Il sudore sulla fronte mi fa fermare nuovamente al bar che dici irriverente.Dalla parte più bella di tutta la città.Vicino la moschea di Hamman.
sabato 9 aprile 2016
Scendendo dalla porta di Damasco
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