mercoledì 4 maggio 2016

Il Giocoliere






Mi chiamo Gianbattista, detto Gian, per via del mio nome troppo lungo.  Mia madre mi voleva barbone. Senza un soldo, un tetto, e senza  istruzione. Per mia sorella voleva una laurea, un bel matrimonio e un nipote per  perpetrare la sua dinastia di signora poco per bene.Da piccolo mi innamorai del  circo equestre, quando, sotto Natale, arrivò in paese il grande carrozzone. C'erano ogni sorta di curiosità da soddisfare; e tanti mestieri da imparare.Mi ricordo che il giorno prima della vigilia,  mi ci portò mio padre, allo spettacolo pomeridiano dedicato soprattutto al pubblico dei giovani. Molti spettatori venivano da paesi a noi vicini. Diversi erano nostri concittadini.Entrati sotto il tendone e mio padre mi fece accomodare in terza fila. Lui, seduto accanto a me, sfogliava il giornale. Fatti di cronaca e politica internazionale. Noto gerarca fascista, conosciuto assai bene nel paese, tutti passavano a salutarlo. Chiedevano come stava, e come andava a scuola mia sorella. Per me riservavano solo un saluto fatto a denti stretti e con poco entusiasmo.Mia madre, psicoanalista che vendeva cara la sua pelle, era compiaciuta quando, nel vederci ritornare, sentiva che la gente si interessava in questo modo alla nostra famiglia, a mia sorella e a suo marito. Donna di poca classe e di poco stile, si permetteva di farmi ascoltare le sue conversazioni sul mio conto. Ero sempre stato considerato un poco di buono, come se dalla culla alla mia età attuale - ho ventun anni da poco compiuti -, non fossi stato solo ché un peso; e non le avessi dato una sola gioia per cui valesse la pena cambiare atteggiamenti e considerazioni.Si permetteva, senza nessuno scrupolo, di parlare chiaro sino al punto che un giorno, di buon mattino, inforcai la porta e non mi feci più vedere. Avevo saputo che il circo Kalimba si sarebbe fermato per una settimana ancora.Mentre lei ancora mi stava denigrando, alla presenza della sua amica preferita - io sarei un impertinente ed un giudice parziale, uno che non bada tanto al rispetto per una madre risaputa violenta e assai distante, una signora verso la quale si può solo provar ribrezzo per gli affetti mercificati e distribuiti a nolo -, uscii con la mia sacca sulle spalle; e mi chiusi dietro la porta di casa.Sulle scale sentivo ancora le solite menate sul mio non andare bene a scuola, sulla mia cattiva educazione dovuta al non aver mai cercato di ascoltare le ragioni poco serie delle molteplici cinghiate che la signora, sposa di mio padre, lo costringeva a infliggermi sulla schiena; se solo non avessi agito ogni sua parola.Ancora oggi non ho ben chiaro il perché ci fosse questa differenza tra me e mia sorella Katia. Tre anni meno di me. Il fatto che io avessi un altro padre, era stato risolto avendo sposato un gran coglione che le  dava sicurezza, fama e molto denaro. Ora era parte della bella società. Aveva tutto quello che solo una donna altrettanto stupida e superficiale si può aspettare dalla vita, e, ai figli, ci pensava la domestica di turno.Non potevo sopportare ulteriormente che le sue misere angherie colpissero le mie scelte esistenziali, non riuscivo più a respirare l'odore della muffa dei discorsi con mio padre. Lasciai tutto e di buonora arrivai al baracchino nella piazza, dove gli acrobati stavano già facendo colazione. Parlai con uno dei trapezisti che mi chiese come mai volessi unirmi a loro; e lasciare tutti gli amici e la famiglia. Risposi che non avevo più nessuno. Ero orfano, arrivato lì in paese con il treno della settimana prima, a cercare qualcosa da fare.





























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